venerdì 8 dicembre 2017

270. LEGGERE IN METRO

<<Questa è tua!>>
L’uomo sopra i cinquanta guarda prima la borsa da lavoro che porta nella mano destra, poi solleva il mento verso chi gli sta di fronte e lo guarda, attendendo la sua reazione.
Pochi secondi di silenzio e l’altro, un po’ interdetto gli risponde:  <<Sì, effettivamente è uguale alla mia>>
<<No no, è proprio la tua borsa>>, incalza sorridendo il primo.
<<Ah!>> esclama distrattamente l’altro.
<<Ti spiego come è andata>> Le labbra carnose consentivano a malapena di decifrare le parole, ma messe a corredo di quel viso grosso, sotto un paio di narici larghe, erano perfette calamite per i miei occhi. Mi sembrava che il possessore della borsa incriminata fosse un uomo buono, troppo impacciato, uno di quelli che credono di trovarsi nel corpo sbagliato, nell’età sbagliata. Fisico abbastanza asciutto, ma viso gonfio e mani doppie, da contadino, sembravano racchiudere un animo sensibile, un’ingenuità quasi adolescenziale.
<<Ho trovato questa borsa in ufficio ieri ed ho chiesto ai colleghi presenti nella stanza se fosse di qualcuno di loro, ma nessuno ne ha reclamato la titolarità, ed io, incredulo, ho cominciato a valutarne la capienza e le condizioni estetiche. Poi qualcuno ha aggiunto: “Credo sia di Alfonso, ma te la puoi prendere, l’ha abbandonata qua da mesi.” Ed io ci ho messo dentro le mie carte e me la so portata a casa. Hai capito Alfo’?>>
<<Sì sì, effettivamente l’ho lasciata nell'armadietto mesi fa, t’a puo' piglia', non uso più queste borse, vedi?>> E mentre lo dice, con il mento indica il borsello che porta a tracolla.
Alfonso ha un viso tondo, lineamenti delicati, un ventre prominente, mani non troppo grandi ed effettivamente, a guardarli bene adesso, sembra che la borsa stia meglio nella manona dell’uomo con i labbroni, piuttosto che appesa al braccio di Alfonso.
Alla fine la borsa e la mano si erano ritrovate, erano destinate a stare insieme.
Così, contenta del lieto fine, mi sono soffermata su altre facce, altri corpi, del resto il viaggio in metro sarebbe durato ancora una decina di minuti …
Altra scena, altri personaggi, questa volta una coppia male assortita: lei seduta e pigra, capelli sporchi, scontenta e polemica, lui in piedi di fronte, mani ed unghie pulite, viso dolce e sognatore. Li ho abbondonati subito, mi mettevano tristezza, avrei ascoltato un copione noioso e prevedibile.
Alla fine ha vinto lui, un vecchietto sopra i settanta, giubbino economico e malandato, ma pulito, testa bassa e vergognosa, ha estratto due accendini dalla tasca destra e li ha mostrati alla donna che gli stava accanto, le ha detto: <<Datemi qualcosa a piacere, non posso tornare a casa senza spesa>>. La donna lo ha ignorato e lui si è rimesso in tasca gli accendini, ancora più in soggezione, con grande imbarazzo ha chinato ancora più il capo su se stesso. Ho cominciato a fissare quel volto rugoso e stanco, quel corpo accartocciato dagli anni e dalla vergogna ed ho cominciato a sperare  che mi guardasse, che i suoi occhi incrociassero i miei, che la retta della bocca tornasse ad essere una curva, ed è accaduto. Proprio prima che arrivasse la mia fermata, ha alzato lo sguardo verso di me ed io ho piegato leggermente la testa in segno di approvazione e gli ho detto: <<Me li dia tutti e due>>, abbiamo entrambi allungato il braccio con l’oggetto di scambio, gli ho poggiato le monete nel palmo della mano ed ho portato via gli accendini. Mi ha guardato con gratitudine e commozione. Poi si sono aperte le porte e sono scesa dalla metro, pensando a ciò che avrebbero portato a casa quelle mani.
Le mani, quanto dicono le mani, più di ogni altra parte del corpo, più degli occhi, più della bocca, le mani.

Proprio in questi giorni mia figlia sta leggendo Firmino di Sam Savage, e c’è una parte nel quarto capitolo dove si cita Gall, il medico tedesco che alla fine del ‘700 si appassionò alla fisiognomia, ovvero la disciplina che pretende di dedurre i caratteri psicologici e morali di una persona dal suo spetto fisico e soprattutto dai lineamenti e dalle espressioni del volto.

Che ci sia una forte relazione tra le due sfere è evidente, l'ho sempre creduto, ma non è certo corretto utilizzare una sola chiave di lettura, credere che la relazione sia diretta ed univoca.
Così nei viaggi preferisco leggere i corpi piuttosto che i libri, li trovo più interessanti, più sinceri.

Quindi, non abbiate timore, perché se è vero che il riso abbonda sulla bocca degli stolti, non è che quelli tristi lo siano di meno. La leggerezza, l’ironia, sono proprie delle persone molto intelligenti, imparate a ridere che a piangere so bravi tutti.




domenica 12 novembre 2017

269. ADDIO FOTTUTI MUSI VERDI, AVANTI IL PROSSIMO


Perché? No dico perché lo avete fatto? Cari The Jakal, siete divertenti, intelligenti, pure carini (facendo media con Ciro che è un bel ragazzo), ma come vi è saltato in mente di fare un film?
La risposta probabilmente è semplice, il motivo non è legato esclusivamente alla brama di successo, alla ormai diffusa necessità di appagare velleità artistiche più o meno giustificate, la vera ragione è più banale, e forse più comprensibile: fare soldi!
E siete intelligenti anche in questo, perché di soldi ce n'è bisogno, per vivere bene, per poter far vivere bene chi amiamo, quindi alla fine se state solo mirando al guadagno economico, vi capisco, ma credo siate stati poco lungimiranti. Eh sì, potrei sbagliarmi, ma credo che l'idea di battere il ferro finché è caldo non sia poi sempre valida, sarebbe stato forse più opportuno attendere ancora un po' e sfornare un prodotto di maggiore qualità. Sebbene io sia una vostra fan, non avevo alcuna intenzione di spendere 8 Euro otto, per andare a guardare il vostro film.
Ieri sera, però, sono andata al cinema con mia figlia per vedere Paddington 2, ma il cinema vicino casa ha fatto una scelta sbagliata, come del resto è avvenuto in passato, ma questa è un'altra storia. Insomma, ha destinato la sala piccola,  strutturata a mo' di cabina passeggeri aerea, il film per bambini Paddington 2, ed alla sala grande il vostro film "Addio fottuti musi verdi". La poco oculata attribuzione delle sale ha costretto molti di noi ritardatari a dirottare sul film dei miei concittadini, infondo si sa, come più tardi avremmo capito guardando il film, da Londra a Napoli è un attimo. Alla fine la sala, riempita solo per metà, era pronta a ridere con voi, perché siete bravi e mai volgari, siete quelli che si definiscono "bravi ragazzi", e qui a Napoli facciamo il tifo per voi, come per tutti quelli che portano in giro il concetto più puro ed onesto di napoletanità. E devo ammettere che qualche risata ce l'avete pure strappata, perché ci sono delle belle idee in questo film, ma i tempi, i dialoghi, non sono sempre azzeccati. Mi è piaciuta la chicca dei Savastano (che mia figlia decenne non ha colto), l'ironia sullo snobismo tutto partenopeo nei confronti di Gigi D'Alessio e l'immagine di una città ricca di contraddizioni. Ma non mi è bastato. Certo, ho pensato, e voi stessi prima di me avrete pensato: escono tanti film spazzatura per Natale, ci infiliamo pure questo, che almeno si salva per assenza di volgarità, e perché è fatto da "ggiovani", e così qualcosa di soldi arriva pure a noi.
Va bene, comprensibile, ma voi siete altra cosa, voi avreste dovuto impegnarvi un po' di più, aspettare un po' di più e tirare fuori un prodotto migliore, perché voi valete.
Insomma, a me il film non è piaciuto, ma spero sia stata solo una prova. Adesso aspetto il prossimo. Forza ragazzi.


venerdì 10 novembre 2017

268. VIVO COME TE


Ho pensato che è un po' che non pubblico un post su questo blog, che non condivido qui le mie sensazioni, le mie riflessioni, i miei sogni. Sulla pagina di Facebook alterno poesia ad ironia, pensieri filosofici a confortante quotidianità, con leggerezza, come provo a fare nella vita vera. Ah, la vita vera!
Anche Facebook è parte della vita vera, con un linguaggio apparentemente ingannevole, ma in realtà più semplice e decifrabile di altri.
Su Facebook c'è tutto: l'ostentazione, la paura, la rabbia, l'allegria, l'invidia, l'ironia, la solidarietà, la contestazione e le lusinghe, un mare di lusinghe, Facebook è il trionfo della lusinga, è territorio ideale per gli sciacalli dei sentimenti. Del resto l'opportunista lo sa bene che per ottenere il favore di qualcuno deve innanzitutto appagarne il narcisismo.
Quindi qui, sul mio blog, dove ho deciso di non inserire il tasto "mi piace", oggi ho deciso di parlare della banale, volgare ed inevitabile routine quotidiana, senza pretese.
Quante brutte parole! Banale, volgare, routine, tutte brutte parole, tutti termini che si associano con disprezzo ai prevedibili gesti quotidiani. 
Oggi racconto il lato bistrattato della vita vera, quello che non lascia spazio alle elucubrazioni, ai racconti nel cassetto, quello dei veri eroi.
I giorni si assomigliano, ma ogni inizio è carico di aspettative. La mattina a casa mia si urla tanto, è una guerra assonnata tra una madre e le sue figlie, tra dolci colazioni e zaini da riempire, vestiti da abbinare e merende da preparare. Gli spostamenti in auto sono poi sempre vere e proprie prove di abilità, una sorta di mini Camel Trophy, ci si muove tra piloti arrabbiati e volti preoccupati, ansie da impiegato che deve timbrare il cartellino, professionisti che devono rispettare appuntamenti, genitori che accompagnano figli a scuola, e pacata rassegnazione di chi accoglie tutto come un soldato. Il lavoro è un insieme di azioni metodiche e rari guizzi di genio, a volte realizzabili, altre no. In ufficio abbiamo dei gruppi d'acquisto favolosi, ci migliorano la vita, ottimizziamo i tempi, così da non 'sprecare' troppe ore nella spesa. Adoro le mie colleghe che mentre controllanno la correttezza di una fattura, chiamano il pediatra, leggono le comunicazioni scuola famiglia, inconsapevoli manager, operaie professionali. E alla fine ci sentiamo anche in colpa se quando torniamo a casa stanche, cariche di buste della spesa e di ansie, ai figli che ci chiedono di ripetere le equazioni di secondo grado e la prima guerra mondiale, non rivolgiamo un sorriso. 
Il mio eroe è il mio compagno,  che lavora per fare stare bene le persone che ama, ed anche quelle che non ama. Che ha sempre un'attenzione per tutti, che rispetta tutti. E lo fa mentre prende la metro, mentre è sul luogo di lavoro, mentre cucina, mentre fa la spesa, mentre legge un giornale, fuma, cammina per strada e pure mentre lava e stira le sue camicie.
È un poeta, e non perché sa esprimere in versi i sentimenti, ma perché poetico è il suo modo di vivere, con la testa, le mani, le gambe, la pancia, ed anche con le parole, ma soprattutto con verità. 






lunedì 9 ottobre 2017

267. FURORE


Aveva coltivato flox, forsizia e calendula, nel suo giardino regnava la pace, e alla fine era giunto lui, l'attesa non era stata vana.
Si erano riconosciuti subito, senza tante parole, leggendosi negli occhi.
Dopo qualche settimana, durante una breve assenza dell'amato amante, gli aveva scritto alcune righe ...
Mi hai così riempita in questi giorni che avrei voluto registrare tutto, scrivere ogni parola che mi hai detto, conservare ogni messaggio, fotografare i tuoi occhi mentre mi parlavi, mentre facevamo l'amore, per poter rivivere tutto, quando accanto a me non ci vorrai più stare. Perché arriverà un giorno in cui sarà tutto finito: non avrai più voglia di guardarmi negli occhi ed io non saprò più come muovermi, dove andare. Mi chiedo perché ho questa insopportabile sensazione, perché non riesco a godere del momento. Perché la paura si insinua subdola tra le tue telefonate ed i tuoi abbracci, tra un nome di donna ed un'assoluzine dal peccato. Perché quando usi parole di indifferenza nei confronti di chi già c'è stata, ho davanti la mia immagine un po' invecchiata che riceve la stessa noncuranza? Perchè quando ti mostri geloso credo che il tuo sentimento sia fasullo? Sembriamo condannati a rivivere le stesse scene, a recitare lo stesso copione, come in una replica teatrale. Tutto è stato insopportabilmente, stupidamente già detto, già fatto. E tutto è inevitabile. Ogni timore, ogni sconfitta, ogni fine.
E nel vano tentativo di mostrarci padroni di noi stessi, coraggiosi, abili giocolieri del nostro tempo, riusciamo ad evitare solo il buono, solo la bellezza, che pure ogni volta finisce per sorprenderci, così nuova, così diversa, viva di intensità e calore, di forma e sapore. E ci stupisce quanto siamo incapaci di fermarla questa bellezza.
So che sarà dura combattere con me, con te, con il passato, con le paure, con la tristezza e la malinconia, ma il modo migliore per affrontare ciò che spaventa è sicuramente l'accoglienza. E allora facciamoci invadere dai sentimenti cattivi, dalla noia e dalla paura dell'abbandono, perché solo così riusciremo ad amarci davvero, accogliendo ogni debolezza. Tra qualche giorno tornerai più disarmato e sereno, e percorrerai il sentiero che porta al mio giardino con la voglia di restarci. Ed io ti avvolgerò di braccia e calore, dolore e gioia e saremo un corpo solo.
I giorni dell'assenza altro non furono che il tempo della conoscenza, della preparazione dei loro corpi all'accoglienza eterna.





sabato 16 settembre 2017

266. SONO MAVI, IN COSA POSSO ESSERVI UTILE?


No, ma diciamolo allaggente che qui non è che bisogna essere per forza felici, eh! Qui non è che bisogna sempre mostrare il sorriso, che se non ce l'hai non te si po guarda'. No, assolutamente no. Non bisogna per forza essere felici. Ditelo a tutti, che poi ci rompono i coglioni che sono infelici, che sono scontenti, annoiati. Va bene così, a me i tristi piacciono. Iniziate a capire che c'hanno detto solo un mucchio di cazzate, che si vive benissimo anche senza felicità. La felicità non è  per tutti, si deve capire. Come scrivere non è per tutti, le cose bisogna saperle raccontare. Recitare non è per tutti, suonare, cantare non è per tutti. Basta guardare i talent, veri e propri circhi umani, dove gli animali sono poveri uomini e donne da educare al successo effimero e tiranno. Ma voi l'avete visto che il domatore vuole fare in modo che gli animali si muovano tutti allo stesso modo, che siano sincronizzati ed ubbidienti? Maria De Filippi, da me soprannominata 'a livella, per ovvi motivi legati alla spersonalizzazione degli aspiranti vip che si esibiscono nelle sue trasmissioni, ha dimostrato quanto possa essere triste la rincorsa alla fama. Così tutti vogliono dimostrare di saper fare tutto, tutti credono di saper cantare, di saper recitare, ed anche scrivere un libro è diventato oggi più che mai un'espressione di vanità. La scrittura come strumento per raggiungere la popolarità, per esibirsi, nè più nè meno di come fa una velina o un tronista. Tutti presi da un ego smisurato, tutti affetti da una patologia che non perdona: il narcisismo. Avrebbero dovuto pensare ad un vaccino contro questo male, obbligatorio. Tutti convinti di essere bravi in tutto, di poter fare o dire meglio. C'è un proliferare rapido ed incessante di blogger, cantanti, attori, scrittori, youtuber, di persone frustrate.
Tutti credono di meritare di più, che la notorietà, la popolarità, il successo possano sancire la consacrazione ad esseri superiori, possa mostrarli felici, quindi vincitori. 
Così fare la baby sitter diventa un un ripiego, ci si adatta, si fa quasi una concessione al datore di lavoro.
Fare il cameriere è mortificante. Lavorare in un call center è stressante, demotivante e diventa quasi un'attività di cui vergognarsi. 
E pure qualcuno lo deve pur fare questo sporco lavoro.
Ho conosciuto persone più profonde e vere tra i miei colleghi di call center che in qualsiasi altra professione. 
Il lavoro non deve essere uno status, ma uno strumento per vivere provando a realizzare piccoli sogni quotidiani, dall'acquisto del foulard al mercatino, al viaggio in terre sconosciute, dalla libreria per la casa al mutuo per l'acquisto dell'intera casa. E questo è un concetto che ha a che fare con l'umiltà.
Viva i camerieri, i commessi, le maestre, gli operatori di call center che non hanno velleità di fama e di successo, che hanno saggiamente imparato ad apprezzare il proprio lavoro, ad essere professionali e straordinari nell'anonimato. Che non sono obbligati a mostrare di essere felici, ma sanno esserlo più di altri.



domenica 27 agosto 2017

265. L'ODORE DELLA CASA DEI VECCHI


Quando Gep Gambardella parlava dell'odore della casa dei vecchi, io tornavo sempre con la mente alle domeniche della mia infanzia, quelle trascorse a casa dei miei nonni materni, e  più precisamente ad alcuni momenti che hanno segnato inevitabilmente la mia formazione. La casa dei miei nonni era all'interno di un edificio del Risanamento, l'intervento urbanistico realizzato sul finire dell'800 per camuffare, più che sanare, il degrado di alcune zone di Napoli. L'edificio, privo di ascensore, costringeva me e la mia famiglia ogni domenica ad un'ardua impresa: raggiungere l'appartamento dei miei nonni al quarto piano. La prova peggiore da superare non era tanto quella atletica richiesta dalla scalata degli alti e scuri gradini di tufo, ma quella legata ad un rituale pre e post pranzo che i tempi, le convenzioni e il rispetto dei ruoli famigliari, con la complicità di un'impostazione architettonica, imponevano. Insomma, prima di arrivare alla meta, la tanto amata ed accogliente, seppur piccola, casa della nonna, bisognava passare a salutare i bisnonni al terzo piano! 
Appena si varcava la soglia di casa, una puzza di aglio cotto raggiungeva rapidamente le mie narici ed il mio apparato respiratorio, già provato dal superamento  dei tre quarti della scalata, accoglieva a pieni polmoni quell'odore corposo e grossolano, ideale per palati oramai troppo vissuti per apprezzare sapori leggeri. Quanta sofferenza! Più mi addentravo in quella casa piccola, ma dignitosa, ben arredata, secondo una tradizione famigliare di legno di noce ed intarsi preziosi, più temevo di sottoporre il mio olfatto a prove troppo dure, ma dovevo resistere, del resto avrei dovuto solo dare un bacio ai miei bisnonni e poi sarei potuta scappare via. Il fatto è che spesso alla puzza di aglio si sommava quella aspra del lardo o di altri intrugli speziati che proprio mi facevano star male, e finivo per detestare fortemente quella cucina e quella casa, ed un po' anche il mio bisnonno che più di tutti amava aglio e cipolla imponendone il consumo quotidiano anche alla consorte. 
Quando la domenica sera lasciavamo casa dei nonni, spesso lanciavo fantomatiche sfide a mia sorella più grande, improvvisando funzionali gare di velocità che vietavano qualsiasi tipo di sosta prima del traguardo, rappresentato dal grande portone di legno posto all'ingresso del palazzo.
Adesso sembrerò un'insensibile, ma a me l'odore della casa dei vecchi non rievoca passioni, amori, sofferenze, complicità, ma riconduce ad una idea di monotonia, abitudini che chiedono ai sapori di combattere l'assuefazione.
Stasera, rientrando dalle vacanze, mi è piaciuto molto l'odore della mia casa di città. 



sabato 29 luglio 2017

264. IUS SOLI ... E MALE ACCOMPAGNATI

Ve lo dico qui, ed in maniera chiara: a me della polemica sullo ius soli non me ne può fregar di meno! E non perché è estate, perché 'nun voglio pensa' a nient', perché mi diletto a scrivere stralci di storie verosimili, di amori e di emozioni, storielle sentimentali, tant'è che anche lo ius soli è una questione di sentimento, o no? No. Ecco, il punto è proprio questo: non è che non mi interessi perché estraneo alla leggerezza che l'estate impone, ma proprio perché credo che la questione sia di altra natura, che non abbia il significato che le si vorrebbe attribuire. Insomma, sicuramente non ha niente a che vedere con lo spirito nazionalistico e le preferenze razziali, non è una questione sentimentale. Forse per qualcuno ha assunto questo valore, ma per fortuna per pochi. Continuo a pensare che la mescolanza delle etnie comporti un'evoluzione necessaria e benefica, ma qui non si parla di accoglienza ed uguaglianza razziale.  Ragioniamo assieme.
Riporto quanto ho letto a riguardo.

L’ultima legge sulla cittadinanza, introdotta nel 1992, prevede un’unica modalità di acquisizione chiamata ius sanguinis: un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano. 
Un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se fino a quel momento abbia risieduto in Italia “legalmente e ininterrottamente”. Questa legge è da tempo considerata carente: esclude per diversi anni dalla cittadinanza e dai suoi benefici decine di migliaia di bambini nati e cresciuti in Italia, e lega la loro condizioni a quella dei genitori (il cui permesso di soggiorno nel frattempo può scadere, e costringere tutta la famiglia a lasciare il paese).

Cosa cambierebbe

La nuova legge introduce soprattutto due nuovi criteri per ottenere la cittadinanza prima dei 18 anni: si chiamano ius soli e ius culturae.

Lo ius soli puro prevede che chi nasce nel territorio di un certo stato ottenga automaticamente la cittadinanza: ad oggi è valido ad esempio negli Stati Uniti, ma non è previsto in nessuno stato dell’Unione Europea. Lo ius soli "temperato", previsto dalla legge presentata al Senato, prevede invece che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trova legalmente in Italia da almeno 5 anni. Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proviene dall’Unione Europea, deve aderire ad altri tre parametri:

– deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale;

– deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge;

– deve superare un test di conoscenza della lingua italiana.

Lo ius culturae, invece, passa attraverso il sistema scolastico italiano. Potranno chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potranno ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

Posto ciò, perché si renderebbe necessaria questa modifica legislativa? Per quale motivo sarebbe opportuno abbassare l'età minima per poter ottenere la cittadinanza italiana, e di colpo estenderla ad un numero notevole di stranieri?
A detta del presidente dell'INPS Tito Boeri, gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi di euro di contributi sociali, e ne ricevono in cambio 3: il saldo a favore delle casse dell'Inps, e quindi del sistema nazionale, è di 5 miliardi. 
Ma scusate, non è necessaria una laurea in economia per affermare che Boeri ci sta prendendo in giro. Quello che adesso versano gli immigrati, lo dovranno ricevere, a giusta ragione, in un futuro prossimo, ancora di più se resteranno in Italia assieme ai figli. Quindi la nuova legge va letta in termini di sfruttamento, è una furbata tutta italiana. Si tratterebbe di un prestito, a fronte del quale, però, gli interessi da pagare sarebbero davvero notevoli, sia se si pensa alle pensioni che giustamente dovranno ricevere i neo contribuenti, ma soprattutto se si pensa ai servizi che dovranno essere forniti ai cittadini italiani di nuova acquisizione. Quindi, o Boeri ha già in mente un piano per fare fuori tra qualche anno i beneficiari dello ius soli, magari inserendo il veleno nello spumante che berranno alla festa della pensione, oppure è convinto di giocare alle slot machine. Considerata la mole di anziani che quotidianamente ripone in questo gioco le proprie speranze, questa ipotesi non sarebbe del tutto da scartare. Giochi (su cui lo stato lucra) a parte, supposto che non tutti gli stranieri che vengono in Italia aspirano ad acquisirne la cittadinanza, bisogna iniziare a capire che essere contrari allo ius soli non equivale ad essere razzisti. Questo buonismo da quattro soldi, ci ha stancato da tempo e continua a fare danni. Vada pure avanti la nuova legge sullo ius soli, magari un domani, i malcapitati neo cittadini italiani prenderanno il posto dei Boeri e delle Lorenzin di turno e sapranno fare di meglio.