venerdì 11 maggio 2018

288. DEDICATO A LOREDANA BERTÉ


Sullo schermo c'è un video che mi ipnotizza: Loredana Bertè in pose improbabili in mezzo a giovani, che ho appreso da poco chiamarsi Boomdabash, mentre intonano un reggae tendente al pop "Non ti dico no". Siamo in una sala d'attesa di un centro estetico e le altre donne ridacchiano, dicono che la Berté è ridicola, che la sua presenza stona, che non la si può guardare, sono impietose, e a me fanno più pena loro. La Berté, invece, la guardo con tenerezza e quasi vorrei proteggerla da quegli sguardi, anzi ci provo, e di colpo interrompo il coro di giudici formatisi  presso la scuola di Maria De Filippi, e sorridendo gielo dico: <<A me la Berté piace! È un'artista dotata di una forte personalità, caratteristica sempre meno diffusa>>.
Qualcuna abbozza un sorriso annuendo, altre fanno finta di niente.
Poi torno a sfogliare la mia rivista e penso a quanto sia beffarda la vita. Ripenso a Mimì, al rapporto viscerale e mai sereno tra due sorelle nate a tre anni di distanza, nello stesso giorno dello stesso mese. La violenza di un padre troppo autoritario nei confronti della moglie e delle figlie, che ha segnato inevitabilmente il loro rapporto con il sesso opposto. L'amore per Ivano Fossati, l'isolamento forzato per le maldicenze su Mia, la sua fragilità ed il tragico epilogo il 12 maggio del 1995.
Anche se le sorelle non hanno mai accettato l'ipotesi del suicidio, sembra quasi che il mondo dello spettacolo si senta inesorabilmente colpevole e tenti di espiare il suo peccato supportando Loredana. Sì, è questo che penso guardandola: Loredana è solo uno strumento per ottenere il perdono di Mia. Per questo ti guardo con tenerezza, per il tuo ruolo inconsapevole di redentrice, perché meritavi altro.

"...
A chi ha cercato la maniera
e non l'ha trovata mai,
alla faccia che ho stasera,
dedicato a chi ha paura e a chi sta nei guai,
dedicato ai cattivi,
che poi così cattivi non sono mai.
..."

Ecco Loredana, queste donne sedute qui accanto a me, che ti deridono e vorrebbero compatirti, non sono cattive,  forse ignorano chi sei, non hanno avuto modo di godere della tua bellezza e della tua splendida voce, e una  manicure o un massaggio non darà loro un briciolo del tuo fascino.  


martedì 8 maggio 2018

287. SESSANTACINQUEMILA VOLTE INSIEME

Sono giorni che penso a cosa scrivere per celebrare i primi cinque anni del mio blog, e ci penso anche adesso, seduta sul mio scomodo divano di pelle, mentre fingo di guardare la tivvù, ed ogni tanto rivolgo uno sguardo complice alla mia piccola libreria, quasi come a chiederle un supporto amichevole. È una libreria atipica la mia, giovane e caotica, non contiene che una piccola parte dei libri che ho letto, ma cresce velocemente per tutti i libri che vorrei leggere. Ho lasciato romanzetti americani, testi universitari e qualche classico del Novecento nella casa natale, best seller e pochi saggi nella casa del mio ex marito, ed ho portato qui, nella casa in cui vivo adesso, poche decine di libri che ho amato. Ho sempre creduto che la mia libreria avrebbe dovuto contenere solo ciò che conoscevo bene, invece, mi trovo ad osservare corpi estranei che, prima di giungere a me, hanno respirato in altre mani, riposato su altri letti, assorbito lacrime e risate di altre facce. Sono i libri usati che acquistiamo il mio compagno ed io girando per mercatini, reliquie di segreti ed altri suoni, che ingialliscono e riscaldano la mia casa. Spesso immagino gli occhi e le labbra che quei libri hanno avvolto e protetto, i nasi che hanno sfiorato, e mi sembra di percepire aspettative e delusioni di lettori sognanti, la loro voglia di capire e fuggire e la funzione consolatoria delle parole. E chissà se sono riuscita anche io a far sentire meno solo qualcuno, mi piace pensare che sia stato così, che ogni tanto un lettore curioso, facendo una capatina in questo zibaldone dei miei pensieri, si sia sentito rassicurato.
E il fatto che questo blog sia stato visitato circa sessantacinquemila volte, lo rende un po' come la mia piccola libreria: una compagnia vivace e scombinata, che parla di tutto e porta dentro un po' di me e trattiene anche qualcosa di voi ogni volta che venite a leggere. Provate a prendere un post a caso, immaginate cosa me l'ha ispirato, e quali pensieri ha suscitato in quelli che l'hanno letto prima di voi, fatelo, ci si sente meno soli, come quando si ha tra le mani un libro. Ed anche se non ha profumi questa mia libreria, non ha la consistenza della carta, anche se sa di mani poggiate su una tastiera, ed ha la rigidità della custodia del cellulare, arriva ad ognuno di voi con la fragilità e la tenacia delle onde che attraversano l'etere, e fragile e tenace sono io.


lunedì 30 aprile 2018

286. DOVE NON ARRIVO IO

Se c’è un atteggiamento che non è mai facile, non è mai scontato anche per una comunità cristiana, è proprio quello di sapersi amare, di volersi bene sull’esempio del Signore e con la sua grazia. A volte i contrasti, l’orgoglio, le invidie, le divisioni lasciano il segno anche sul volto bello della Chiesa. Una comunità di cristiani dovrebbe vivere nella carità di Cristo, e invece è proprio lì che il maligno “ci mette lo zampino” e noi a volte ci lasciamo ingannare. E chi ne fa le spese sono le persone spiritualmente più deboli. Quante di loro - e voi ne conoscete alcune -, quante di loro si sono allontanate perché non si sono sentite accolte, non si sono sentite capite, non si sono sentite amate. Quante persone si sono allontanate, per esempio da qualche parrocchia o comunità per l’ambiente di chiacchiericcio, di gelosie, di invidie che hanno trovato lì. Anche per un cristiano saper amare non è mai un dato acquisito una volta per tutte; ogni giorno si deve ricominciare, ci si deve esercitare perché il nostro amore verso i fratelli e le sorelle che incontriamo diventi maturo e purificato da quei limiti o peccati che lo rendono parziale, egoistico, sterile e infedele. Ogni giorno si deve imparare l’arte di amare. Sentite questo: ogni giorno si deve imparare l’arte di amare, ogni giorno si deve seguire con pazienza la scuola di Cristo, ogni giorno si deve perdonare e guardare Gesù, e questo, con l’aiuto di questo ”Avvocato”, di questo Consolatore che Gesù ci ha inviato che è lo Spirito Santo.
(Papa Francesco – Regina Coeli – 21 maggio 2017)


Ieri mattina sono entrata nella chiesa vicino casa, non c’era ancora messa, c’erano soltanto due anziane donne sedute distanti l’una dall'altra. C’era una luce bellissima, donata un po’ da un modesto sole mattutino ed un po’ dai tanto sprezzati neon. Ho preso il foglietto della messa, sapendo che non avrei partecipato alla sua celebrazione, e mi sono soffermata sulle parole di papa Francesco: sapersi amare. Ho sempre creduto in Dio, ma sono sempre stata critica nei confronti della Chiesa e non vado quasi mai a messa. Eppure, quando entro in una chiesa mi sento bene. E mi viene naturale pregare. Invoco Dio ogni volta che mi sento inadeguata, ogni volta che credo di non avere gli strumenti necessari per affrontare un dolore. Sono una combattente, non lascio correre, non resto inerte di fronte ad un comportamento che giudico offensivo per me o per altri, no, proprio non riesco a tacere, ma sono sempre stata convinta che vince chi porge l'altra guancia. "Ogni giorno si deve imparare l'arte di amare", dice Francesco, perché le invidie, le gelosie ostacolano questo apprendimento. Ecco per me cosa è Dio, è la forza di accogliere gli altri sempre, quando ci sorridono e quando ci urlano contro, che poi spesso è un altro modo di amare. Dio è amore.

Dio è nella generosità, nell'altruismo, nel rispetto, nella comprensione, nell'accettazione degli eventi, anche i più tragici. Nel riuscire a restare se stessi, a non farsi contagiare dalla rabbia, dalla miseria umana. E questa forza, il coraggio di chi riesce ad amare, nonostante tutto, questa accoglienza è così disarmante!

Non avrei mai pensato di scrivere un post di questa natura, ma è successo, forse perché con gli anni si maturano tante consapevolezze, si ridimensionano tanti miti, si realizza che alla fine vince chi perde.






martedì 24 aprile 2018

285. COM'È DIFFICILE DIRE ADDIO


Eccoli, li vedi all'improvviso per la strada, mentre guidi, mentre cammini, e ti fermi ad osservarli, come se potessi sentire le loro urla soffocate: sono i contenitori destinati a raccogliere gli indumenti usati, da donare a chi ha bisogno di coprirsi. Sono bocche di metallo grigio che vomitano ostentazione, traboccano di inutilità. Dentro è un crogiuolo colorato di panni e borse e scarpe dismesse, che prolifera ad ogni cambio di stagione.  Un ingozzamento forzato che asseconda la smania di pulire e riordinare armadi e vite, la voglia di cambiare, il desiderio di nuovo. C'è anche l'orgoglio di madre gratificata dalla crescita dei suoi bambini, c'è il bisogno di sentirsi utili, di poter fare del bene regalando ad altri qualcosa di personale.
Hanno una funzione assolutrice queste bocche, travestono di altruismo la vanità: si svuotano armadi per far posto ad altri oggetti, ma in fondo si fa anche del bene.
Chissà perché in questi contenitori ci finiscono anche magliette bucate, scarpe con la suola spaccata e borse della spesa usa e getta, credo che non sia per disprezzo della povertà, piuttosto ho la percezione che dalle cose ci si distacchi sempre con molta difficoltà. Quella camicetta bianca acquistata per andare al colloquio di lavoro dove hai incontrato il tuo compagno, quella cintura che ti ha regalato una cara amica, e quel maglione di un verde inimitabile, che ogni volta che lo indossi tutti a farti i complimenti. E quel vestito blu acquistato per la seduta di laurea, quanti ricordi! E cosa importa se la camicetta non si chiude più ed è piegata nel cassetto da sei anni? Che conta se il maglione verde ha un buco sul gomito ed ogni bolta che lo indossi fingi di non saperlo? Il vestito blu ha una linea un po' superata, ma magari torna di moda! L'mportante è che stiano là, a portata di vista, che siano sempre con noi, le nostre cose, che almeno quando ci sentiamo soli ci tengono compagnia, come delle fotografie, dei profumi del passato. Ma arriva il momento in cui bisogna separarsi da questi nostri complici e, come a volte avviene per le persone, aspettiamo che siano loro a lasciarci, a chiederci l'ultimo saluto, ai nostri indumenti l'onere della scelta, quindi.
E quando hanno scelto e la separazione è necessaria, preferiamo affidarli ad altri piuttosto che buttarli. Del resto, è la nostra roba.



martedì 10 aprile 2018

284. MI AMI DAVVERO?

<<Daniele, ma tu mi ami?>>
<<Sì, certo che ti amo Sara.>>
<<Credi davvero che io sia speciale?>>
<<Sì, lo credo. Sono convinto che tu sia perfetta per me, che nessuna possa starci meglio addosso a me.>>
<<Non dirmi che questa bocca, queste mani, non abbiano mai sfiorato labbra e carni eccitanti, che tu non sia stato bene anche con altre.>>
Daniele si fermò a guardarla in silenzio e poi aggiunse a voce bassa:
<<Sara, ho amato altre donne, ho desiderato altri odori, respirato altre guance, atteso altri passi, ed ho gioito assieme alle loro mani, tra le loro gambe.>>
Sara lo ascoltava paziente, temendo che prima o poi sarebbero arrivate parole spiacevoli.
<<Ho amato e sono stato riamato, ho tradito e sono stato tradito, ho lasciato che il rumore sordo della gelosia mi spegnesse gli occhi, mi vibrasse tra i denti e attraversasse  poi tutto il corpo fino ad esplodere dai miei piedi lanciati contro una porta.>>
<<OK, OK, ho capito, non aggiungere altro.>>
Disse Sara con quel po’ di voce che la gola stretta lasciava uscire.
<<Ho capito, sei stanco di vibrare, vuoi una compagna che si prenda cura di te, che sia sorridente, accomodante, una che ti ascolti, senza chiedere troppo. Basta vibrazioni, vero Daniele?>>
<<Sara!>>
<<Del resto cosa si può pretendere ad una certa età, vero, ci vuole la calma piatta, la serenità.>>
<<Sara!>>
<<OK Daniele, va bene, ascolto, dimmi. Tanto va bene così, faccio la dama di compagnia, hai già dato tutto l’amore e la passione ad altre, non ne hai più, tutto è già stato detto e fatto. Hai ragione tu. E certo, che pretendo io? No ma prego, parla, dimmi, vuoi che ti massaggi i piedi mentre mi racconti i tuoi amori passati, i tormenti ingoiati, la bellezza delle vibrazioni, no dimmi, vai avanti.>>
<<Sara, smettila. Stai un po’ zitta. Ho amato, sì ho amato, ma non così.>>
<<Ovvio, adesso è un sentimento di tenerezza.>>
<<Stai zitta e amami, amami come solo tu sai, come nessuna ha fatto mai. Amami e scava, vai a fondo esplora questo corpo e questa vita, scava, non fermarti, e prenditi ciò che nessuna ha avuto mai e che ho tenuto in serbo per te. Scava Sara, scava. Non fermarti dove altre si sono fermate, vai oltre. Tu che puoi, tu che mi assomigli e puoi avere di me la parte più pura, non fermarti.>>

<<Sì Daniele, procedo, mi vengo a prendere quel che hai protetto fino ad ora, mi rifugio in te e ci resto per sempre. Perché un privilegio lo abbia anche io: arrivare con te al gran finale.

(Liberamente tratto dai miei appunti per opere incompiute)


domenica 8 aprile 2018

283. BUONA DOMENICA

Questa mattina mi sono svegliata e prima di accendere la radio, come accade appena riesco ad aprire gli occhi, con quella flemma che solo nel week end mi concedo, ho esitato per qualche secondo, ed ho pensato che oggi potesse essere il giorno buono per fare un giochino infantile che ogni tanto amo fare. Il gioco consiste nel farsi guidare dalla prima canzone che si ascolta e di capire quale messaggio si celi dietro  quel caso fortuito. Insomma, io ho acceso la radio ed ho subito perso il sorriso: Chimbalaiê, e no! Già è domenica, il giorno più uterino della settimana, ci si mette pure la canzone, e no! Shimbalaiê, quando vejo o sol beijando o mar ... Secondo voi perché ci si augura buona domenica? Mica perché c'è da festeggiare? È una sorta di in bocca al lupo prima di un'impresa, un augurio di buona fortuna, un'amichevole pacca sulla spalla, una parola di solidarietà. Insomma, Qualcuno  il settimo giorno si riposò, ma noi avremmo un po' meno diritto a quel riposo, in 5/6 giorni abbiamo fatto manco la milionesima parte del suo lavoro. Vabbè, meriti a parte, lo sappiamo tutti che un giorno intero  di riposo per noi è troppo e facciamo di tutto per punirci. Gite fuori porta nel traffico, perché siamo tutti uguali e tutti troppo intelligenti per scegliere una partenza sbagliata; visite a musei tra vociare di neofiti e bambini poco interessati; grandi abbuffate antistress e proastenia pomeridiana; giochi con i figli esigenti e severi; chi se lo può permettere, va al cinema, o allo stadio e gli altri si riuniscono su Facebook. Shimbalaiê, quando vejo o sol beijando o mar ... E se provassimo a stare fermi? No, non conviene, la verità è che vogliamo inconsciamente farci piacere la routine, la quotidiana banalità delle nostre vite, alla fine della giornata vogliamo poter dire: ma quanto è faticosa sta domenica, voglio tornare a lavoro! La domenica l'hanno inventata i datori di lavoro, non ho dubbi.
Buona domenica, eh!


martedì 20 marzo 2018

282. CIAO AMORE CIAO

Oggi Luigi Tenco avrebbe compiuto 80 anni, se in un freddo gennaio del 1967 non si fosse tolto la vita, a Sanremo, nel corso di un festival troppo nazional popolare per lui. 

« Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi. »

Questo ciò che avrebbe scritto prima di premere il grilletto.

Mi verrebbe da scrivere: caro Luigi, ne è valsa la pena? Sapessi quanto ti saresti divertito negli anni successivi con i fiumi di parole dei Jalisse, con il grugare di Povia intento ad emulare i piccioni sui cornicioni, con la folta chioma di Scanu che ha sparso lamenti e capelli in tutti i luoghi e in tutti i laghi.
Io tu e le rose aveva versi come:
io, tu e le rose,
io, tu e l'amore;
anche se cadesse il mondo
quello stesso giorno noi
saremo là

E vabbè, effettivamente, non avevi tutti i torti, ma dopo 50 anni, sentire:

Non mi avete fatto niente
Non mi avete tolto niente
Questa è la mia vita che va avanti
Oltre tutto, oltre la gente ...

Pensi che ne sia valsa la pena, davvero? Vorresti ancora bene al pubblico italiano che premia Meta e Moro?
No, così, giusto per dire. 
L'italiano è felice con un bicchiere di vino ed un panino, ma quale esistenzialismo francese volevi esprimere? Ma per cortesia Luigi.

Quando da ragazzina ascoltavo le tue canzoni, mi intristivo, avvertivo tutto il disagio del giovane uomo, il tuo male di vivere che un po' mi infastidiva, un po' mi affascinava.
Poi, mi soffermavo sui testi scettica.

Mi sono innamorato di te
Perché
Non avevo niente da fare
Il giorno
Volevo qualcuno da incontrare
La notte
Volevo qualcosa da sognare

Mi sono innamorato di te
Perché
Non potevo più stare solo
Il giorno
Volevo parlare dei miei sogni
La notte
Parlare d'amore
...

Non capivo, mi sembrava voler ridurre l'amore ad una compagnia necessaria, ad una banale esigenza di condividere emozioni, sogni. Poi ...
...
Ed ora
Che avrei mille cose da fare
Io sento i miei sogni svanire
Ma non so più pensare
A nient'altro che a te
...

Ah ecco, adesso sì.
Un amore che sconvolge ogni programma e impegno, cancella tutto, ogni desiderio diventa desiderio dell'altro. 
Forse è questa la tua poesia.

La più bella, però, quella che mi piaceva riascoltare più volte era Vedrai vedrai:
...
Preferirei sapere che piangi
Che mi rimproveri di averti delusa
E non vederti sempre così dolce
Accettare da me tutto quello che viene
Mi fa disperare il pensiero di te
E di me che non so darti di più
...

L'amore che non rimprovera, che comprende. L'amore che non pretende.
L'amore che si basta, e che fa male per quanto è puro. Versi struggenti.

Caro Luigi, in Forse un giorno ti sposerò cantavi grato:
...
quante scene del passato questa auto ha calpestato
quanti piccoli rimorsi quanti amori persi dietro me 
quante volte emozionato son rimasto senza fiato
quante volte ho deluso quante volte qui sul muso
per una volta la vita amore mi ha regalato di più
...

Più tardi qualcuno intonava;
Ti sposerò perché sei di compagnia, tanto è vero che il mio cane ti ha già preso in simpatia.
...

E non era uno spot della Lega a difesa del cane.

Inutile aggiungere altro, credo che queste poche righe siano sufficienti, per farti capire quanto ancora avresti potuto sorprenderti su questa terra.
E poi, delusioni professionali, e scandali di scommesse sul festival a parte, a te quello che ti ha rovinato realmente è il cognome di tua madre, comprendo che non sia facile essere figlio di Zoccola.

- Perché scrivi solo cose tristi? - Ti chiesero - Rispondesti: - Perché quando sono felice esco. 

Chissà, magari adesso sei felice.